
Gino Falleri |
Cari amici e colleghi,
Non parlerei della solitudine degli uffici stampa. Al
suo posto formulerei un doppio interrogativo: il loro
declino o il loro rilancio? E’ questo il punto di
domanda, il dilemma, a dieci anni di distanza
dall’approvazione e dall’entrata in vigore della legge
sulla Disciplina delle attività di informazione e
comunicazione delle pubbliche amministrazioni. Una legge
denominata, a secondo delle circostanze, fantasma,
incompiuta, Araba fenice e Pozzo dei desideri.
Occorre fornire una risposta chiara ed esauriente. Si
impone, di conseguenza, una riflessione non solo "sulla
solitudine", ma in particolare sulle trasformazioni in
atto nel mondo dell’informazione e per la sempre
maggiore influenza della comunicazione nelle attività
pubbliche e private, tanto che il Communication Power
non è più un optional. La Strategia di Lisbona è
imperniata in buona parte su di essa.
Se, in questa sede, possiamo esprimere le nostre
opinioni e confrontarci dobbiamo ringraziare gli amici
del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti
Guerra e Paissan, seguendo l’ordine alfabetico.
Grazie a loro abbiamo la possibilità di fare il punto
sulla condizione attuale, e futura se possibile, di una
tipologia professionale di non minuta caratura ed i
contenuti delle relazioni sin qui svolte, dagli
autorevoli colleghi che mi hanno preceduto, hanno
portato contributi quanto mai interessanti e validi.
Abbiamo anche la libertà di dire cosa effettivamente
pensiamo della 150, che, come oramai tutti ben sanno,
riguarda soltanto i soggetti pubblici, che per legge
fanno parte della Pubblica amministrazione.
Le regioni non sono escluse, solo dall’applicazione del
regolamento del settembre 2001. Quindi sono soggetti
pubblici che devono tenere conto della sua esistenza.
Più di una l’applica, hanno anche il potere di
legiferare e quindi dovrebbero riconoscere ai
giornalisti/addetti stampa le dovute collocazioni. Ci
sono anche casi limite e di conseguenza appare
propedeutico portare a conoscenza quello della Regione
Lazio, e le sue non applicazioni concorsuali, nonché
l’anomalo della Regione Marche, che riconosce ai
giornalisti il ruolo e la qualifica, solo sul piano
economico. Per il resto, attraverso due provvedimenti
legislativi, le regole del pubblico impiego.
Il Gus Nazionale si sente in dovere di ringraziarli e lo
fa con piacere, proprio per la professionalità e
sensibilità mostrata dai due colleghi ed anche per il
fatto che con Enrico Paissan mi lega una lunga militanza
sul fronte degli uffici stampa, da prima dell’epoca in
cui il Cnel stava valutando se il Gus poteva essere
considerato alla stregua di una associazione
professionale riconosciuta.
Il tema odierno, La solitudine degli uffici stampa,
Stati generali dell’informazione degli uffici stampa,
può essere la molla per convocare gli Stati generali
dell’informazione, più volte auspicati e sollecitati
dalla Fnsi. Non dobbiamo essere da meno dei nostri
cugini di oltre alpe, che li hanno già convocati e per
primi si sono avvalsi nella loro struttura pubblica
dell’attaché de presse, da cui discende l’attuale
addetto stampa. Ma questa figura ha antiche radici, era
presente fin dalla Guerra dei Cento Anni. La battaglia
di Agincourt, come stanno chiarendo le attuali revisioni
storiche, sarebbe stata vinta dall’ufficio stampa di
Enrico V.
Al Presidente nazionale del Gruppo Giornalisti Uffici
Stampa, secondo scaletta, è stato assegnato il compito
di tracciare il bilancio sull’applicazione della legge
150/2000. Compito non molto agevole da svolgere, se non
altro perché un bilancio non è costituito da una arida
elencazione di cifre. E’ soprattutto la somma dei
programmi, dei proponimenti e delle realizzazioni
acquisite. E di conseguenza dell’apporto e dell’impegno
profuso, soprattutto dal sindacato nelle sue
articolazioni e dal Gruppo di specializzazione.
Quali sono i risultati di bilancio al quasi giro di boa
dei dieci anni? Non esaltanti, purtroppo.
Non di certo per volontà, o inadempienza dei singoli e
degli organismi rappresentativi. Piuttosto per via di
quel muro di gomma eretto dalla struttura pubblica, non
sempre favorevole alle innovazioni, ed anche per qualche
divergenza di opinioni con le grandi Confederazioni,
che, grazie all’attivismo e alla pazienza di Giovanni
Rossi e al Protocollo d’intesa dell’agosto 2008, sono
state appianate. E il Protocollo è un dato positivo del
bilancio, ma occorre che abbia esecuzione e che l’Aran
si muova.
Se è opportuno tracciare un bilancio si possono indicare
quali, a parere del Gus, sono le poste negative.
Possiamo innanzitutto dire che il provvedimento
legislativo è stato e viene impropriamente definito come
se fosse la legge degli uffici stampa. Non è così e ci
danneggia. L’improprietà costituisce il primo cono
d’ombra, il primo segmento rosso del bilancio.
La 150/2000 è la legge dei comunicatori e di chi, senza
titolo, poteva tranquillamente restare al suo posto e,
guarda caso, per forza di legge. Era sufficiente
frequentare un corso di formazione. Aver sottolineato
che a parere del Gus era una anomalia, ed espresso
qualche dubbio sull’equazione corso uguale giornalista,
è stata la molla per lanciare contro il gruppo più di un
anatema. Anche se chi ne è stato autore ha preferito
restare nell’anonimato. O meglio ha usato quale schermo
difensivo un nome straniero: Charles Foster Kane, che
altro non è che il magnate della stampa di Quarto Potere
interpretato da Orson Welles.
Dalla 150, forse noi tutti, ci aspettavamo molto, che
non è arrivato, ma qualcosa, per forza di cose, doveva
pur arrivare. A dieci anni data non è stato ancora
possibile tracciare il profilo del giornalista delle
istituzioni e tanto meno la sua regolamentazione. E
questo non può essere accettato. Forse la sua portata
non è stata nemmeno compresa dai soggetti che possono
applicarla. Ma non è nemmeno consentito dimenticare le
aspettative della controparte. Dei giornalisti, senza
distinzione di elenco. Gli appunti e le sollecitazioni
che ci vengono mossi non sono flebili e provengono, non
dimentichiamolo, da chi poi esercita il diritto di voto.
Nell’applicazione della legge, cari colleghi, la
situazione è a macchia di leopardo, prendendo a prestito
una definizione dell’attuale presidente del Gus della
Toscana. Pochi l’hanno adottata, molti l’hanno ignorata.
Così la costituzione di nuovi uffici stampa va a
rilento. Nello stesso tempo si assiste anche alla
cancellazione di quelli esistenti; i concorsi pubblici
espletati non vedono la luce, ostacoli a non finire
frapposti agli interni a favore degli esterni. Contratti
co.co., a progetto, convenzioni, assunzioni temporanee
fuori dotazione organica e scarsi compensi. Al ribasso e
legate alla durata del mandato dell’autorità politica.
Inoltre ritocchi all’articolo 7 del decreto legislativo
165/2001.
Condizionamenti a non finire e in alcune Regioni la
spada di Damocle della Corte dei Conti. E’ caduta anche
sulla testa del Comune di Milano ed è stato persino
registrato lo spoils sistem, che costituisce un
depauperamento. Pubbliche amministrazioni che rifuggono,
o dilatano, il confronto, e questo accade nella dotta
Bologna, o si muovono secondo le loro logiche non di
certo nell’applicazione di un provvedimento del potere
legislativo.
Esistono molte carenze e il termometro della situazione
lo descrivono i Gus regionali, tanto che si potrebbe
evocare, forzando, il Muro del Pianto per farne la
sintesi. Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia, Toscana,
Sardegna e Sicilia, a parte le isole felici
rappresentate dalle Agenzie e dalle poche
amministrazioni aperte all’informazione, e che applicano
la 150, non presentano bilanci positivi nonostante non
sia mancata l’attenzione e la disponibilità nei
confronti dei problemi sottoposti alla loro attenzione.
Lamentano disinteresse da parte delle istituzioni
pubbliche e una posizione sempre più dominante dei
comunicatori.
Anche il Lazio ha i suoi problemi. Un preoccupante
segnale è costituito dal concorso indetto dal Comune di
Roma, con criteri predeterminati da alto scienziato, e
da quanto registra settimanalmente il Dipartimento
Uffici Stampa dell’ASR, i cui responsabili sono Beatrice
Curci e chi vi sta parlando. C’è pure una ciliegina, che
non può non essere somministrata. Un addetto stampa di
un ente pubblico potrebbe essere sottoposto ad un
procedimento di rivalsa erariale in quanto l’ente di
appartenenza per anni, su domanda, si era addossato il
pagamento della quota annua di iscrizione all’Ordine. Lo
Stato rivuole quanto è stato sborsato, a suo parere,
indebitamente. La notizia è di ieri.
Questa è la non consolante situazione nella Pubblica
amministrazione, che potrebbe invece assorbire non poche
professionalità. Ma esiste anche un altro settore,
quello privato, che della 150 conosce ben poco e
predilige i comunicatori. Ed è un segno da non
sottovalutare.
Il secondo segmento rosso, sempre a parere del Gus, è
fornito dalla circostanza, non secondaria, che la 150
conferisce legittimazione giuridica all’Urp, prima
istituito tramite una legge delegata e l’Urp ha molti
compiti istituzionali che risultano identici a quelli
dell’ufficio stampa. Sono di sua competenza la
realizzazione delle Reti civiche e il sito Internet.
Cari Colleghi, è la comunicazione pubblica istituzionale
ad essere privilegiata ed avrà, è stato già accennato,
non pochi sviluppi a suo favore. Tanto che non sarebbe
male domandarci, sebbene non sia giornalismo e ad esso
riconducibile, se a lungo andare non potrebbe essere
predominante. E se così fosse quali scenari si
schiuderebbero? I giornalisti dove andranno?
Come si ricorderà il 7 giugno 2000 è stato il giorno
dell’entusiasmo, delle congratulazioni e delle
felicitazioni. Il legislatore aveva finalmente posto la
parola fine all’ultra cinquantenario problema degli
uffici stampa. Non più terra di nessuno da occupare, ma
uno spazio riservato alla nostra professionalità. I
giornalisti assicurano una informazione veritiera e non
condizionata. Sono loro i responsabili della corretta
informazione e una siffatta responsabilità non è
subordinata agli interessi dei terzi, stato ed enti
pubblici compresi.
Da quel momento c’è stata molta aspettativa, soprattutto
per quanto era stato auspicato e sostenuto alla vigilia.
Tanto era l’interesse per quello che avrebbe potuto
produrre che il Gus Puglia, l’Associazione della Stampa
Pugliese e l’Ordine professionale hanno dato vita a
Lecce, nello stesso mese di giugno, ad un convegno non
privo di spessore. Nel corso di quell’appuntamento era
stato posto l’accento sullo sviluppo occupazionale, che
finora non sembra ci sia stato.
Le leggi ordinano. Nel nostro caso il legislatore ha
usato il verbo della possibilità. La proposta dell’on.
Frattini, dopo i vari passaggi burocratici e prima
ancora della presentazione del testo dell’on. Di
Bisceglie, manteneva il verbo dell’obbligo, voleva che
si istituissero gli uffici stampa e niente concedeva a
favore dei senza titolo. La 150/2000 è andata nella
direzione che tutti conosciamo. Potevamo opporci? E’ una
domanda che più di un collega pone.
E’ sufficiente effettuare una navigazione su Internet
per capire come viene valutata. Un anonimo scrittore, o
redattore, ha scritto in un blog che Serventi, Siddi,
Castellano e Falleri avevano ululato di gioia allorché
il giudice Michelini aveva pronunciato la sua sentenza,
con la quale riconosceva il diritto della Fnsi di
sedersi alla pari al tavolo delle trattative in
rappresentanza dei giornalisti. La sentenza era un atto
dovuto poiché la Fnsi non è un sindacato di rincalzo.
Finora sono stati mostrati dei cartellini rossi. Non
tutto è negativo. Ci mancherebbe altro! Due sono i lati
positivi. Il primo è il riconoscimento che sono i
giornalisti i dominus dell’ufficio stampa. Il secondo lo
metterà ben in evidenza il presidente dell’Inpgi, Andrea
Camporese. E’ la previdenza l’altro elemento positivo,
unitamente ai provvedimenti volti a convogliare all’
ente previdenziale dei giornalisti i contributi versati
ad altri enti dagli addetti stampa. Allo stato attuale
gli iscritti sono oltre 1100.
Sullo stesso fronte esiste un problema, che tocca
direttamente non pochi addetti stampa. E’ stato messo in
risalto dal Gus Emilia e portato all’attenzione
dell’Esecutivo da una interrogazione dell’on. Cazzola,
nonché da altre, e preso a cuore dal nostro istituto
previdenziale. E’ quello delle ricongiunzioni onerose,
che aspetta una soluzione e che dovrebbe essere posto
all’ordine del giorno del cosiddetto "tavolo
dell’editoria". Con più di un dubbio, mi sia concesso.
Sempre sul fronte previdenziale si può riferire che
l’Inps sta chiedendo agli ultra sessantacinquenni
addetti stampa, già titolari di pensione per anzianità o
vecchiaia, contributi previdenziali per il lavoro
autonomo. Nel Gus esiste un consistente gruppo di liberi
professionisti. Il citato istituto interpretando la
legge a suo favore bussa a cassa. La previdenza
interessa soltanto il singolo poiché è il suo futuro
quando non sarà più in attività di servizio. Non è una
tassa e tanto meno una imposta. Corrispondo per avere un
qualcosa che mi assicuri una decorosa vecchiaia. Le
attività autonome, legate al contributivo, non mi
risulta che in materia di pensioni tocchino alte cifre.
Sull’attività ci sarebbe un fermo. Lo ha annunciato,
sempre ieri, Italia Oggi.
Il Gus, cari colleghi, con l’ordine del giorno approvato
prima a Saint Vincente nel 2004 e poi a Castellaneta nel
2007 aveva esposto con chiarezza il suo pensiero e i
risultati del decennio lo hanno confermato. Ma questo
non vuole significare che la situazione non possa essere
modificata. E’ con l’impegno di tutti che può essere
volta a nostro favore poiché l’informazione è un bene
indistruttibile della società democratica.
Gino Falleri |