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A Beatrice ''piaceva da impazzire il profumo di gelsomino. E l'odore del mare quando nessuno lo disturba. E i suoni del suo minuscolo angolo di mondo''.
Inizia cosi' 'Beatrice a la sua terra' (Editing Edizioni, pp 272 euro 15), il primo romanzo di
Veronica Marino, gia' giornalista parlamentare dell'Adnkronos e attualmente
responsabile Ufficio Stampa del ministro dello Sviluppo Economico Pier Luigi
Bersani.
Il testo - che racconta la storia di una professoressa di storia in un minuscolo angolo di Sicilia - sara' presentato giovedi' 27 marzo alle ore 18 presso la Libreria Rinascita (Via Botteghe Oscure 1/3), a Roma. Interverranno il ministro Bersani, Ali' Rashid, gia' diplomatico palestinese e attualmente parlamentare di Rifondazione Comunista, l'attrice Caterina Guzzanti, l'attore Pino Caruso, Lina Lo Giudice Sergi, vice presidente dell'Universita' di Castel Sant'Angelo, l'editore Mario Tricarico. Moderatore dell'incontro sara' il giornalista Diego Cimara, responsabile Tg1 Cultura. ''Desideravo sentire fino in fondo il mio essere nata donna in questo momento storico e nata da un uomo che e' Sicilia in ogni parte di se'. Da questo sentimento e' nato 'Beatrice e la sua terra'. E dalla lettura di un libro incredibile scritto da un galeotto privo di istruzione che ha trascorso molti anni nelle carceri siciliane. Sento per lui gratitudine'', dice Veronica Marino
all'Adnkronos.
Attraverso il personaggio di 'Bea', Veronica Marino ci dice che il sale dei giorni e' l'energia con cui si vivono le cose. La gioia e il dolore di momenti che si affrontano con il vento in faccia e che appartengono al cuore di ognuno come una storia che nessuno potra' strappare, perche' e' la verita' propria che abita la carne di un uomo e di una donna. La terra resta centrale in questa narrazione, ed e' simbolo e appartenenza. E' radici e sangue, e' lotta e fede, popolo e comunita'. Ce lo aveva ricordato Cesare Pavese che un ''paese significa non sentirsi soli''. Ma nel racconto della storia di 'Bea', la ragazza cui piace dire 'No', queste dimensioni si aprono alla scommessa di poter vincere ''regole soffocanti''. La quinta di questa storia e' Porto Pinna, un microscopico cantuccio di mare e terra nel cuore della Sicilia della passione, ''del sole che ti scalda l'anima, degli aranceti che scorrono negli occhi'' mentre ''il mare ti entra nelle ossa''. E' li' che inizia il viaggio; e' li' che la scommessa di restare si fa lotta per piccole grandi conquiste che ogni giorno possono incidere su una rassegnazione che spinge molti a fuggire. La rivoluzione, lo ricordava Agostino d'Ippona, e' una faccenda dannatamente personale: ''Sono io che devo cambiare per prima'', rimarca la professoressa di storia in un passaggio delle sue lezioni: i confini li spostiamo noi quando vogliamo, anche se sembrano immutabili perche' scritti in secoli di sopportazione.
Bea aveva solo quattro alunni ormai adulti. Assaporava la sfida di quel cammino in salita che aveva davanti, ma sapeva che doveva provarci. Perche' ''senza tuffo non sapro' mai quanto profondo e' il mare''. Insegnera' nella sua terra, a Porto Pinna e ricordera' che ''nella vita vince chi e' in grado di ridere'', di superare le diffidenze altrui tendendo una mano e facendosi compagna di viaggio nella vita di giovani che devono prendere tra le mani il proprio destino per lanciare i dadi dei propri giorni un metro piu' in la' di dove la nascita o l'educazione essenziale e senza parole dei pescatori siciliani li ha tirati da sempre. Per stanare Francesco, lo studente ''muto come una bottiglia d'acqua liscia, ben sigillata'', occorrera' cosi' mostrare che esiste un'altra strada oltre il peso del "si e' fatto sempre cosi'''. Non e' 'camurrìa' sperare di cambiare i propri passi. Beatrice coinvolgera' lui, Pasquale, Lilli e Antonio perche' insegnera' loro che la storia non e' un susseguirsi di fredda cronologia e di gesta da ricordare come nozioni. Fara' loro capire che e' invece proprio dentro il libro di storia: immedesimarsi in quell'epoca, capire a fondo le ragioni delle scelte significhera' scoprire terreni inesplorati, la bellezza degli arabi che ''hanno portato le palme da dattero e il pistacchio'' o ''l'abilita' dei vasai'', che va penetrata per capirne la gioia di disegni e colori. Alzando il velo, si vedra' di quel Garibaldi che da queste parti non e' poi quel condottiero che si celebra altrove, come dimostra il fatto che dopo aver convinto la gente a ribellarsi ai Borbone, a lungo ''molti siciliani continuarono a pensare che l'Italia, anzi la 'Talia', fosse la moglie del re''.
Nessuna oleografia o banalita', pero', in questi piccoli ingredienti di vita che vengono dosati dalla trentenne prof. di storia che non ha ancora scoperto l'amore e che nello snodarsi del romanzo incontrera' la passione negli occhi di Emad, un giovane medico di Gaza che ora fa il pescatore nel dimenticato porto siciliano dove lavora anche il padre di Bea, quel Turi Catalano che e' un romanzo nel romanzo: i suoi silenzi vorrebbero il meglio per la figlia ma dovra' gettare ancora una volta le reti per capire che a Bea non puo' bastare solo un buon matrimonio, come lo e' stato per generazioni di femmine abituate al sole e alla pazienza. Beatrice e' nata ribelle. Non passera' la sua vita a pulire il pesce azzurro portato all'alba in spiaggia, non prendera' ordini se non decidera' lei di volerlo fare. Riconosce che e' vero quanto nel 70 a.C. Cicerone scriveva delle doti dei siciliani, che hanno intelligenza, diffidenza e umorismo. ''Ma cu ci la mannau chista?'', si chiedono all'inizio i suoi studenti messi in crisi dai discorsi della prof che rimescolano le carte. Poi, saranno le ore, la disponibilita' dell'insegnante e soprattutto il calore della sua umanita' a farli salpare per una pesca piu' grande, quella nel fondo della propria coscienza. Scrive Veronica Marino, ''l'odore forte del mare d'inverno spingeva per entrare dal finestrone della classe'', irrompe il vento anche in quella parte di mondo dove ''non c'e' solo ristrettezza mentale, c'e' anche una inesauribile linfa vitale''. Occorre allora ''diventare padroni di noi stessi, un po' come prestigiatori della nostra antica sofferenza'. Servono parole nuove, e mani che accarezzano dopo aver depredato speranza e insegnato deleghe. Beethoven e Chopin ascoltati per la prima volta faranno dimenticare le litanie del 'fai senza pensarci' succhiato da bambini insieme col latte di mandorla.
Anche per Bea la vita non finisce pero' con le sue lezioni, le pedalate in bici e soprattutto con i ''bitorzoli di calce'' che si stendono sul suo soffitto silenzioso. Nelle ''grotte marine'' la verita' e' da cercare per tutti. In quel mare d'inverno Bea e' aperta al passaggio della vita: sa che ''un compagno e' quello giusto quando accanto a lui ti senti persino piu' libera, quando ti incoraggia a conoscere te stessa e la vita, quando ti spinge a venire alla luce ogni giorno di piu', quando non si spaventa del tuo dolore ma lo accoglie, anche se non sa come aiutarti''. E' la scelta del ''sentire'' la vita, non accontentarsi di subirla. E anche se ''mi pari anticchiedda strano!'', per dirla con la simpatica nonna di Bea, l'importante e' volersi migliorare, correre ancora su quella spiaggia come faceva da bambina: ''Ho ancora i lavori in corso su tutte le cose di me che voglio cambiare, ma e' affascinante capire se stessi e cambiare quello che in fondo non ci fa star bene e non ci e' nemmeno utile''.
Bea che ama le favole, Bea la donna che si ribella, Bea la ragazza che indossa i calzini del padre per recuperare un rapporto con quell'uomo che ama e che vorrebbe la chiamasse sempre 'Biciuzza' e leggesse davvero nel suo cuore e lo riempisse di approvazione come riempiva di pesce la sua barca, il 'Sempri Chinu'. Anche per lei, figlia di una Sicilia dannata e bellissima, la novita' nasce da un incontro: ha gli occhi di Emad, il giovane medico palestinese che fugge da Gaza perche' preoccupato di non avere piu' la forza interiore di rifiutare la logica della violenza e per il troppo dolore. Dopo essere arrivato a Palermo, un giorno incontera' Bea distesa sulla sabbia di Porto Pinna. Il loro dialogo, profondo, sara' anche il fondersi di diverse culture, la dimostrazione che ''si puo' essere palestinesi e musulmani senza essere terroristi islamici''.
Lui, che lavorava sul peschereccio di Peppuzzo e prendeva lezioni di italiano da un ragazzino di 11 anni, si era portato dietro nel viaggio una valigia di libri. Tra le sue letture preferite c'era un passo del Masnavi del poeta sufi Gialal ud Din Rumi, che diceva: ''Spesso avviene che un turco e un indu' parlino la stessa lingua. Il linguaggio del cuore e' qualcosa di unico''. Lo dira' coi fatti a quella donna conosciuta davanti al mare, la sua Bea dai ''capelli neri corvini, le labbra con i contorni disegnati a fuoco e gli occhi scuri, profondissimi e tenaci''. Da parte sua, la prof. di storia che coltivava il suo pezzo di terra indichera' che si ''può dar spazio alla gioia oltre che al dolore'' nello stesso momento. E fara' uscire tutti allo scoperto, anche la sorella Caterina che su un divano la sera aspettava il cenno del marito per fare l'amore. C'e' in realta' un'emozione da scoprire, un essere se stessi che e' il filo rosso che cuce le pagine del romanzo, dove l'emozione e' ''una lente d'ingrandimento'' per leggere dentro i rapporti, sentirsi vivi e ''guardarsi allo specchio'' credendo che la vita puo' cambiare.
''Se vado al porto…'', dice Bea pensando di rivedere Emad. Desiderio e azione insieme. Perche' quell'odore di mare che le parlava sempre, portava ai suoi ricordi anche la gratitudine per quel padre che l'aveva messa al mondo; le soffiava nell'anima l'amore per quel medico-pescatore che ora le bruciava nel petto facendola ''sobbalzare nel presente''. Gli occhi palestinesi di Emad erano ''due laghi luccicanti, incastonati in un volto spigoloso, circondati da quella pelle ambra''. Bea ha bisogno di una persona viva accanto, vuole essere autentica e pretende altrettanta autenticita'. Decide, controcorrente, che la vita e' una cosa troppo seria per essere sprecata nelle convenzioni. Cosi', con il suo cappello turchese che aveva cucito sua madre Lia per lei, fa esodo da se stessa per andare incontro all'avvento di un sentimento che e' gioia e orgasmo, spiaggia con i sassi bianchi e affinita' di destini che si legano, perche' l'uno narra all'altro la propria storia. Gaza e Porto Pinna sono un'unica cosa nella topologia della gente che ama e che lotta per cambiare la propria storia.
Si puo' pregare verso la Mecca anche in compagnia di una ragazza che ha un altro credo. Ai suoi ragazzi, Bea ricorda una preghiera degli indiani Sioux, scritta sulla sua agenda: ''Grande Spirito, fa che io non critichi ne' giudichi un uomo prima di aver camminato per due settimane nelle sue scarpe''. Ma soprattutto dira' loro: ''Io ci sono'', li aiutera' con i problemi familiari e a scoprire il sentiero che porta oltre i luoghi comuni. Questa e' la forza di Bea: ''Ammettere pubblicamente le tue fragilita', raccontare le sfide personali che hai deciso di accogliere''. Il suo 'metodo' e' ''parlare, tirare fuori tutto, anche le emozioni brutte''. C'e' ''una parte di cuore sempre in viaggio sul Mediterraneo'' e si ''deve cercare il sole nella pioggia'', accendere dieci lampade di luce diversa ma senza distinzione nel regno dello spirito. Srotolando la vita in avanti si scoprira' che c'e' l'amore ma anche l'odio: ''Il gioco di vivere e' trovare la via di mezzo tra le due sponde''. Sarebbe un peccato non lasciar scoprire al lettore il destino di questi personaggi e la conclusione di tanti itinerari di ricerca che guizzano nel racconto di Veronica Marino. C'e' un unico rischio che si corre finendo queste pagine: diventare come i quattro scolari di Bea, aprirsi alla novita' della vita, al vento che porta speranza tra le onde increspate di un mare ineguale. C'e' la seria possibilita' di raccontarsi davvero, con tutte le proprie esperienze, il peso delle attese, la promessa di cio' che verra'. Ma chi lo dice che questo sia un male?
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