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Pubblichiamo
l'articolo a cura di Antonio Vista pubblicato su
"Guida agli Enti Locali" giugno 2008 de
"Il Sole 24 ore" in cui il Segretario
generale aggiunto della FNSI e Responsabile del
Dipartimento uffici Stampa, Giovanni Rossi, fa il
punto sulle trattative per regolare con il Ccnl dei
giornalisti il lavoro degli addetti stampa nella Pubblica
amministrazione.
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La
Pubblica amministrazione italiana ha spesso “brillato”
per improduttività e inefficienza. Ma la burocrazia ha
subìto negli ultimi vent’anni una profonda
trasformazione che ha inevitabilmente influito anche sul
modo di realizzarsi della funzione pubblica di
comunicazione.
Il
fatto più rilevante è stato l’approvazione della legge
n. 150 del 7 giugno 2000 che istituisce la cosiddetta
figura del “comunicatore pubblico”, quella del
“portavoce” e riconosce pari dignità ai giornalisti
che lavorano negli uffici stampa, rispetto ai colleghi
della carta stampata attraverso l’istituzione di tre
strutture: il portavoce, l’Ufficio stampa e l’Ufficio
per le relazioni con il pubblico.
La
legge riserva alla contrattazione collettiva un ruolo
molto importante per la definizione di uno specifico
profilo professionale, all’interno di una precipua area
di contrattazione, cui dovranno partecipare le
organizzazioni sindacali dei giornalisti. Quest’aspetto
appare attualmente abbastanza lontano dalla sua
realizzazione.
È
forte, infatti, l’opposizione delle organizzazioni
sindacali confederali che non vogliono che alle trattative
per la definizione del contratto giornalistico del
personale degli uffici stampa partecipino anche le
organizzazioni sindacali dei giornalisti.
Tale
posizione appare abbastanza incomprensibile perché le
organizzazioni sindacali sembra preferiscano tutelare i
loro interessi, timorosi di una perdita di rappresentanza,
piuttosto che preoccuparsi delle aspettative di una
categoria di lavoratori che da anni è in attesa della
definizione di un giusto riconoscimento anche economico.
Di
questo e di altro parliamo con Giovanni Rossi, segretario
generale aggiunto e responsabile del Dipartimento Uffici
stampa della Federazione nazionale della Stampa.
Il segretario della Fnsi, Franco Siddi, ha
recentemente affermato che il lavoro sui contratti è il
cuore dell’iniziativa del sindacato in questi mesi. Per
la vertenza relativa agli Uffici stampa nella Pubblica
amministrazione a che punto siamo?
Siamo
in attesa che Fp-Cgil, Fps-Cisl e UilPa, cioè i sindacati
confederali del pubblico impiego, ci rispondano nel merito
relativamente alla nostra ipotesi di profilo professionale
dei giornalisti addetti stampa pubblici,
che la legge 150 del 2000 rimanda alla
contrattazione tra “sindacati più rappresentativi dei
giornalisti” e l’Agenzia per la negoziazione
contrattuale nel pubblico impiego, cioè l’Aran. Come è
noto l’Aran chiede che la Federazione nazionale della
stampa italiana raggiunga
un’intesa con i confederali per riprendere un confronto
che, in realtà non c’è mai stato, in quanto si è
ridotto - anni fa - alla pura e semplice illustrazione al
Presidente dell’Aran (che oggi non è più lo stesso)
delle nostre idee in proposito. Con i confederali va
definita anche la composizione della delegazione
trattante. Anche in questo caso la posizione dei
confederali è nota: sono contrari a una presenza autonoma
dei giornalisti al tavolo della trattativa, malgrado la
150 la preveda e una sentenza della Magistratura del
lavoro l’abbia ribadito. È questione delicata sulla
quale bisognerà discutere per trovare una soluzione.
Quali sono le criticità che hanno
impedito in tutti questi anni la definizione di un accordo
per il contratto dei giornalisti impegnati negli uffici
stampa?
Essenzialmente
quello che ho risposto alla domanda precedente. I
sindacati confederali di categoria più che le
Confederazioni generali, almeno fino a oggi, si sono
dichiarati indisponibili per questa trattativa e, finora,
l’Aran ci ha posto la condizione di raggiungere
un’intesa con loro per trattare tutti assieme. La Fnsi
è disponibilissima a esaminare con sollecitudine i
termini di una possibile intesa. Tale sollecitudine non mi
pare si sia manifestata allo stesso modo da parte dei
nostri interlocutori.
Non pensa che ci sia stata una
sottovalutazione delle possibilità occupazionali da parte
della Fnsi, ma anche dei vertici dell’Ordine nazionale
dei giornalisti?
Il
sindacato ha molti difetti e senz’altro non è esente da
errori, ma non mi pare si possa dire questo.
Sull’applicazione della 150 è stato alzato un muro:
mentre i sindacati autonomi si sono, quasi tutti e quasi
da subito, dichiarati disponibili a lavorare con noi, gli
amici dei sindacati confederali hanno contestato la
validità stessa della legge allorché ha previsto la
nostra titolarità a trattare con l’Aran, ovviamente
solo per questa specifica area professionale. Devo anche
chiarire, a scanso di interpretazioni
demagogiche, che la Fnsi non si è battuta per
l’approvazione della legge anche in un testo non
pienamente soddisfacente con l’obiettivo di riversare i
tanti giornalisti disoccupati nella Pubblica
amministrazione (magari fosse possibile), ma, in primo
luogo, per far riconoscere il ruolo giornalistico ai tanti
colleghi di fatto che già operavano da giornalisti nella
Pa. Non mi pare neppure che l’Ordine sia stato
insensibile, almeno a livello nazionale, quando ha
stabilito, nella fase iniziale di entrata in vigore della
legge, di criteri di accesso all’Ordine stesso che
tenessero conto della nuova situazione. Che, poi, a
livello regionale si siano manifestate sensibilità
diverse rispetto al tema Uffici stampa è la conseguenza
della particolare struttura federale dei nostri organismi
di categoria.
L’autonomia degli Uffici stampa dal
potere politico rappresenta, sulla carta, una delle
maggiori conquiste della legge 150. Ritiene che questa
autonomia si possa concretizzare anche nelle piccole
Amministrazioni?
Uso
la stessa sua espressione: “sulla carta” certamente sì.
È evidente che perché questa autonomia sia praticabile
sarebbe necessario poter seguire lo schema previsto dalla
legge che schematizzando è il seguente: i giornalisti
negli Uffici stampa con il compito di fornire una
prestazione professionale che prescinde dal colore
politico di chi governa in quel momento; il portavoce la
cui “professionalità”, se così si può dire, sta nel
particolare rapporto fiduciario con il vertice
dell’Amministrazione; gli Urp, gli Uffici di
comunicazione o come diavolo li si vuole chiamare affidati
a professionalità formate nel campo della comunicazione
istituzionale che è cosa diversa dal giornalismo e
dall’informazione.
Non
solo nelle piccole amministrazioni, ma anche in non poche
grandi si è dato vita a “Uffici marmellata” dove
tutti i ruoli sono confusi, spesso sovrapposti, con il
solo risultato di fare un cattivo servizio a tutti, di
fare tanti discorsi usando quante più parole inglesi sia
possibile al fine di dimostrare di sapere le più moderne
teorie nel settore, spendendo soldi senza costrutto.
C’è chi ritiene che sia necessaria
un’evoluzione degli uffici stampa della Pa con una
sovrapposizione del ruolo del giornalista con quello del
comunicatore. Condivide questa teoria?
Per
nulla. L’unico risultato di un simile modo di procedere
è quello di scambiare l’informazione con la
comunicazione, il rapporto di trasparenza e di servizio
nei confronti degli organi di stampa con l’azione di
pressione e di condizionamento con buona pace per i
cittadini. Vedo che anche Toni Muzi Falcone torna alla
carica con queste teorie e propone, alla nuova maggioranza
ed al nuovo governo, di cambiare o superare la legge 150.
Se si scegliesse questa strada spererei un ritorno alla
originale impostazione del tema che diede l’onorevole
Franco Frattini che proponeva un testo a mio avviso più
avanzato di quello che, poi, fu approvato dal Parlamento.
Per quanto riguarda gli incarichi
professionali (co.co.co.) ci sono state molte
preoccupazioni tra i colleghi giornalisti occupati presso
Uffici pubblici sui rinnovi degli incarichi per la non “comprovata
esperienza universitaria” e la necessità del possesso
della laurea. Si può parlare di emergenza superata?
Ritengo
di sì. La comprovata esperienza universitaria è una
norma introdotta dalla ultima legge finanziaria anche
all’evidente scopo di ridurre il larghissimo ricorso a
rapporti di lavoro precario invalso anche nella Pubblica
amministrazione come in tutta la società italiana. Una
successiva circolare ha chiarito che per gli addetti
stampa valgono i precedenti criteri, vale a dire
l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti, non importa
se in qualità di professionista o di pubblicista. E per
essere iscritti al nostro Ordine al momento non è
richiesta la laurea anche se il percorso di alta
formazione per l’accesso alla professione giornalistica
è una nostra richiesta, avanzata da tempo, ma finora
disattesa dal legislatore. Ricordo che la legge 150
prevede la laurea per coloro a cui viene attribuita la
qualifica di capo Ufficio stampa rendendola obbligatoria
solo in questo caso.
di Antonio
Vista
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