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Concorsopoli anche per i giornalisti, ecco un preciso j'accuse

06.03.10


di Claudio Visani


Il sistema è collaudato. Di solito funziona così: il politico decide chi è la persona che vuole al suo servizio; il dirigente gli ritaglia attorno un bel concorso, o bando, o avviso pubblico su misura, con le clausole giuste e i paletti che servono ad evitare sorprese; il lavoro della commissione d’esame, di nomina politica, completa l’opera.

L’esito è quasi sempre scontato in partenza, ma la forma è salva: nella pubblica amministrazione si entra per concorso e per merito, mica per raccomandazione o “intuitu personae”, ci mancherebbe.


Concorrenti illusi o ingannati
L’amministrazione che ha costruito “l’inganno”, così facendo scomoda e illude un sacco di concorrenti, fa sprecare tempo e denaro pubblico, ma il politico o il dirigente di turno si “para il culo” e non rischia nulla.
Così vanno le cose a “concorsopoli”.


Così funziona anche per i giornalisti
E’ uno scandalo, ma nessuno sembra più scandalizzarsi.
Così funziona anche per i giornalisti, nella Pubblica amministrazione.
Basta monitorare i pochi concorsi banditi in giro per l’Italia per rendersene conto. Già trovarli è un’impresa. Oltre che pochi, sono accuratamente nascosti: compaiono sui siti internet “a taglio basso”, con diciture strane, e generalmente restano visibili per pochi giorni. E quando escono e si trovano, spesso si trova anche l’inganno.
Eccone un campionario.


Il capo-redattore "speciale" di Trento
Bando per l’assunzione di un giornalista a tempo indeterminato al Consiglio provinciale. Concorso per titoli ed esami.
Contratto giornalistico con qualifica capo redattore.
Una grande opportunità di questi tempi.
Ma, scorrendo il bando, ecco le tagliole: obbligatoria la laurea almeno quadriennale, almeno 8 anni di iscrizione all’Albo, almeno 8 anni di lavoro subordinato nei media o negli uffici stampa pubblici, di cui almeno 4 con qualifica di vicecapo servizio o superiore.


Il sindacato dei giornalisti ricorre a Napolitano
Risultato: appena 8 domande per quel posto di lusso, 4 ammesse e 4 escluse perché mancava qualcuno dei requisiti “tagliola” messi in aperto contrasto con la legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti, la legge 150/2000 che regola l’attività giornalistica nella Pubblica amministrazione, la più recente giurisprudenza in materia.
Il sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige ha, per questo, deciso di ricorrere al Capo dello Stato al fine di invalidare il concorso e di ottenere una sentenza che possa fare scuola a livello nazionale.


Il caso del responsabile di Calabria web
Bando per soli titoli della Regione per selezionare un “esperto esterno di elevata specializzazione e comprovata esperienza professionale” come “responsabile della testata Calabria Web e dell’area Comunicazione con i media”.
Contratto Co.Co.Co. triennale da ben 119.000 euro lordi l’anno. Requisiti obbligatori: laurea, almeno 20 anni di esperienza professionale di cui – udite udite - almeno 15 da direttore responsabile di una testata giornalistica quotidiana a mezzo stampa. Manca solo l’altezza, il colore degli occhi e dei capelli per l’identikit del vincitore. Tanto che le domande si contano sulle dita di una sola mano.


Una domanda protocollata e “mai arrivata”
Ma non basta, c’è anche la beffa. Una domanda è stata esclusa non perché mancava qualcuno dei requisiti “tagliola”, ma perché - pur essendo stata protocollata - non sarebbe mai arrivata sul tavolo del responsabile del procedimento. Nessuna comunicazione formale è stata inviata al candidato, nemmeno la ricevuta di ritorno della raccomandata.


In Puglia obbligatoria la laurea
In Puglia c’è, invece, un bando per titoli e colloquio. Assunzione con contratto a tempo determinato di tre anni, di 2 figure giornalistiche “presso l’area presidenza, relazioni e comunicazione istituzionale della Regione”. Chiesta la Laurea.


E alla Camera di Commercio di Pordenone
Bando per assunzione addetto stampa alla Camera di Commercio, assunzione a tempo indeterminato. Chiesta la laurea, la conoscenza di una lingua straniera tra inglese e tedesco, l'iscrizione all'Albo dei giornalisti da almeno tre anni. Assostampa Friuli Venezia Giulia ha definito "illegittimo" il bando, chiedendone la revoca.
Qualcuno dovrà spiegare a queste amministrazioni che c’è una legge dello Stato italiano, la Legge 150 del 2000, che prevede come solo titolo richiesto per poter operare come addetto stampa nella pubblica amministrazione l'iscrizione all'Ordine del Giornalisti, senza ulteriori vincoli? E che il possesso di una laurea può essere – tutt’al più – elemento di valutazione curricolare ma non di sbarramento all’accesso?
Non si capisce fino a che punto la malizia, la volontà di imporre criteri discrezionali nelle scelte dei giornalisti – che più dipendono da tale potere meno sono liberi – prevale sull’ignoranza, o viceversa. Certo è che la non conoscenza della materia e la burocrazia formano un mix diffuso e micidiale nella Pubblica amministrazione.


L’ignoranza non risparmia l’Università di Bologna
E se è ignoranza, essa sembra non risparmiare nemmeno uno dei templi del sapere, l’Università di Bologna.
L’Ateneo di Umberto Eco scivola paradossalmente sulla comunicazione e bandisce una selezione per addetto stampa per titoli e colloquio, con contratto triennale Co.Co.Co. da 50.000 euro l’anno, chiedendo come requisito obbligatorio la laurea (peraltro generica) e l’iscrizione all’Ordine “da almeno 5 anni”.
Dimenticando che la 150 non prevede un’anzianità di iscrizione all’Albo e – soprattutto – che esiste un decreto legge del governo (Decreto legge numero 112 del 25 giugno 2008) che all’articolo 46 sui contratti di collaborazione coordinata e continuativa e di consulenza nella pubblica amministrazione recita testualmente: “Si prescinde dal requisito della comprovata specializzazione universitaria in caso di stipulazione di contratti d'opera per attività che debbano essere svolte da professionisti iscritti in ordini o albi… ferma restando la necessità di accertare la maturata esperienza nel settore”.


Un laureato in veterinaria è un giornalista “migliore”
Poi, che senso ha continuare a mettere tra i requisiti obbligatori il possesso di una generica laurea “almeno quadriennale” se si cerca un giornalista professionista e si ha l’esigenza di svolgere una funzione informativa e comunicativa? Forse che un laureato in veterinaria o ingegneria dà qualche garanzia professionale in più di un giornalista non laureato caso mai con anni e anni di esperienza, per svolgere la funzione di addetto stampa in modo efficace?


Sorprese anche per gli incarichi di “serie B”
Del resto, questa malapianta non cresce solo nella giungla degli incarichi di serie A, avvolge anche gli enti più piccoli, i contratti di serie C, con variabili di bando a dir poco estrose. Ecco due recenti esempi illuminanti.
Camera di Commercio di Pesaro-Urbino. Bando per soli titoli e colloquio per addetto stampa. Contratto Cococo part time di un anno da 15.000 euro lordi. Prevista e premiata dai punteggi l’offerta al massimo ribasso. Posto assegnato a 12.000 euro.
Comune di Castenaso - Bologna. Bando per soli titoli per incarico professionale part time da addetto stampa. Contratto di un anno di 20.800 euro lordi. Richiesti: laurea, partita Iva, iscrizione all’Albo da almeno 5 anni. Chiesta anche offerta economica al ribasso (con tanto di tariffa oraria comprensiva di Iva) e progetto operativo. Bando ritirato per l’annuncio di ricorsi. In attesa di nuova versione.
Si può tentare di arginare questo malcostume, questa deriva quasi sempre clientelare? Si può provare a riaffermare norme, deontologia e dignità della professione giornalistica? A sottrarla alla discrezionalità del politico o dell’amministratore di turno?
 

Un principio costituzionale violato
Esiste un principio costituzionale che dice: nella Pubblica amministrazione si entra per concorso. Questo principio è stato violato ripetutamente, soprattutto negli ultimi anni, facendo man bassa della Legge Biagi e delle assunzioni “discrezionali” con contratti atipici (Cococo, consulenze, contratti a termine).
Nelle pubbliche amministrazioni sono così entrati migliaia di precari, e tra loro parecchi giornalisti. Tutti o quasi tutti lavoratori dipendenti a tutti gli effetti mascherati da collaboratori. I percorsi di stabilizzazione che erano stati aperti dal Governo Prodi sono stati bruscamente interrotti dal Governo Berlusconi.


Nel pubblico è impossibile anche far ricorso
Così i precari sono stati lasciati a casa. E nel pubblico, a differenza che nel privato, non hanno nemmeno potuto far valere i ricorsi contro questi veri e propri licenziamenti mascherati, per il reintegro nel posto di lavoro, perché su tutto, alla fine, davanti al giudice, prevale il principio che nella pubblica amministrazione si entra per concorso. Ma i concorsi non ci sono, e quando ci sono - come abbiamo visto - sono truccati.

 

 

fonte:
www.ilsalvagente.it

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