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di Claudio Visani
Il sistema è collaudato. Di solito funziona così: il
politico decide chi è la persona che vuole al suo
servizio; il dirigente gli ritaglia attorno un bel
concorso, o bando, o avviso pubblico su misura, con le
clausole giuste e i paletti che servono ad evitare
sorprese; il lavoro della commissione d’esame, di nomina
politica, completa l’opera.
L’esito è quasi sempre scontato in partenza, ma la forma
è salva: nella pubblica amministrazione si entra per
concorso e per merito, mica per raccomandazione o
“intuitu personae”, ci mancherebbe.
Concorrenti illusi o
ingannati
L’amministrazione che ha costruito “l’inganno”, così
facendo scomoda e illude un sacco di concorrenti, fa
sprecare tempo e denaro pubblico, ma il politico o il
dirigente di turno si “para il culo” e non rischia
nulla.
Così vanno le cose a “concorsopoli”.
Così funziona anche per i
giornalisti
E’ uno scandalo, ma nessuno sembra più scandalizzarsi.
Così funziona anche per i giornalisti, nella Pubblica
amministrazione.
Basta monitorare i pochi concorsi banditi in giro per
l’Italia per rendersene conto. Già trovarli è
un’impresa. Oltre che pochi, sono accuratamente
nascosti: compaiono sui siti internet “a taglio basso”,
con diciture strane, e generalmente restano visibili per
pochi giorni. E quando escono e si trovano, spesso si
trova anche l’inganno.
Eccone un campionario.
Il capo-redattore "speciale"
di Trento
Bando per l’assunzione di un giornalista a tempo
indeterminato al Consiglio provinciale. Concorso per
titoli ed esami.
Contratto giornalistico con qualifica capo redattore.
Una grande opportunità di questi tempi.
Ma, scorrendo il bando, ecco le tagliole: obbligatoria
la laurea almeno quadriennale, almeno 8 anni di
iscrizione all’Albo, almeno 8 anni di lavoro subordinato
nei media o negli uffici stampa pubblici, di cui almeno
4 con qualifica di vicecapo servizio o superiore.
Il sindacato dei giornalisti
ricorre a Napolitano
Risultato: appena 8 domande per quel posto di lusso, 4
ammesse e 4 escluse perché mancava qualcuno dei
requisiti “tagliola” messi in aperto contrasto con la
legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti, la legge
150/2000 che regola l’attività giornalistica nella
Pubblica amministrazione, la più recente giurisprudenza
in materia.
Il sindacato dei giornalisti del Trentino Alto Adige ha,
per questo, deciso di ricorrere al Capo dello Stato al
fine di invalidare il concorso e di ottenere una
sentenza che possa fare scuola a livello nazionale.
Il caso del responsabile di
Calabria web
Bando per soli titoli della Regione per selezionare un
“esperto esterno di elevata specializzazione e
comprovata esperienza professionale” come “responsabile
della testata Calabria Web e dell’area Comunicazione con
i media”.
Contratto Co.Co.Co. triennale da ben 119.000 euro lordi
l’anno. Requisiti obbligatori: laurea, almeno 20 anni di
esperienza professionale di cui – udite udite - almeno
15 da direttore responsabile di una testata
giornalistica quotidiana a mezzo stampa. Manca solo
l’altezza, il colore degli occhi e dei capelli per
l’identikit del vincitore. Tanto che le domande si
contano sulle dita di una sola mano.
Una domanda protocollata e
“mai arrivata”
Ma non basta, c’è anche la beffa. Una domanda è stata
esclusa non perché mancava qualcuno dei requisiti
“tagliola”, ma perché - pur essendo stata protocollata -
non sarebbe mai arrivata sul tavolo del responsabile del
procedimento. Nessuna comunicazione formale è stata
inviata al candidato, nemmeno la ricevuta di ritorno
della raccomandata.
In Puglia obbligatoria la
laurea
In Puglia c’è, invece, un bando per titoli e colloquio.
Assunzione con contratto a tempo determinato di tre
anni, di 2 figure giornalistiche “presso l’area
presidenza, relazioni e comunicazione istituzionale
della Regione”. Chiesta la Laurea.
E alla Camera di Commercio
di Pordenone
Bando per assunzione addetto stampa alla Camera di
Commercio, assunzione a tempo indeterminato. Chiesta la
laurea, la conoscenza di una lingua straniera tra
inglese e tedesco, l'iscrizione all'Albo dei giornalisti
da almeno tre anni. Assostampa Friuli Venezia Giulia ha
definito "illegittimo" il bando, chiedendone la revoca.
Qualcuno dovrà spiegare a queste amministrazioni che c’è
una legge dello Stato italiano, la Legge 150 del 2000,
che prevede come solo titolo richiesto per poter operare
come addetto stampa nella pubblica amministrazione
l'iscrizione all'Ordine del Giornalisti, senza ulteriori
vincoli? E che il possesso di una laurea può essere –
tutt’al più – elemento di valutazione curricolare ma non
di sbarramento all’accesso?
Non si capisce fino a che punto la malizia, la volontà
di imporre criteri discrezionali nelle scelte dei
giornalisti – che più dipendono da tale potere meno sono
liberi – prevale sull’ignoranza, o viceversa. Certo è
che la non conoscenza della materia e la burocrazia
formano un mix diffuso e micidiale nella Pubblica
amministrazione.
L’ignoranza non risparmia
l’Università di Bologna
E se è ignoranza, essa sembra non risparmiare nemmeno
uno dei templi del sapere, l’Università di Bologna.
L’Ateneo di Umberto Eco scivola paradossalmente sulla
comunicazione e bandisce una selezione per addetto
stampa per titoli e colloquio, con contratto triennale
Co.Co.Co. da 50.000 euro l’anno, chiedendo come
requisito obbligatorio la laurea (peraltro generica) e
l’iscrizione all’Ordine “da almeno 5 anni”.
Dimenticando che la 150 non prevede un’anzianità di
iscrizione all’Albo e – soprattutto – che esiste un
decreto legge del governo (Decreto legge numero 112 del
25 giugno 2008) che all’articolo 46 sui contratti di
collaborazione coordinata e continuativa e di consulenza
nella pubblica amministrazione recita testualmente: “Si
prescinde dal requisito della comprovata
specializzazione universitaria in caso di stipulazione
di contratti d'opera per attività che debbano essere
svolte da professionisti iscritti in ordini o albi…
ferma restando la necessità di accertare la maturata
esperienza nel settore”.
Un laureato in veterinaria è
un giornalista “migliore”
Poi, che senso ha continuare a mettere tra i requisiti
obbligatori il possesso di una generica laurea “almeno
quadriennale” se si cerca un giornalista professionista
e si ha l’esigenza di svolgere una funzione informativa
e comunicativa? Forse che un laureato in veterinaria o
ingegneria dà qualche garanzia professionale in più di
un giornalista non laureato caso mai con anni e anni di
esperienza, per svolgere la funzione di addetto stampa
in modo efficace?
Sorprese anche per gli
incarichi di “serie B”
Del resto, questa malapianta non cresce solo nella
giungla degli incarichi di serie A, avvolge anche gli
enti più piccoli, i contratti di serie C, con variabili
di bando a dir poco estrose. Ecco due recenti esempi
illuminanti.
Camera di Commercio di Pesaro-Urbino. Bando per soli
titoli e colloquio per addetto stampa. Contratto Cococo
part time di un anno da 15.000 euro lordi. Prevista e
premiata dai punteggi l’offerta al massimo ribasso.
Posto assegnato a 12.000 euro.
Comune di Castenaso - Bologna. Bando per soli titoli per
incarico professionale part time da addetto stampa.
Contratto di un anno di 20.800 euro lordi. Richiesti:
laurea, partita Iva, iscrizione all’Albo da almeno 5
anni. Chiesta anche offerta economica al ribasso (con
tanto di tariffa oraria comprensiva di Iva) e progetto
operativo. Bando ritirato per l’annuncio di ricorsi. In
attesa di nuova versione.
Si può tentare di arginare questo malcostume, questa
deriva quasi sempre clientelare? Si può provare a
riaffermare norme, deontologia e dignità della
professione giornalistica? A sottrarla alla
discrezionalità del politico o dell’amministratore di
turno?
Un principio costituzionale
violato
Esiste un principio costituzionale che dice: nella
Pubblica amministrazione si entra per concorso. Questo
principio è stato violato ripetutamente, soprattutto
negli ultimi anni, facendo man bassa della Legge Biagi e
delle assunzioni “discrezionali” con contratti atipici (Cococo,
consulenze, contratti a termine).
Nelle pubbliche amministrazioni sono così entrati
migliaia di precari, e tra loro parecchi giornalisti.
Tutti o quasi tutti lavoratori dipendenti a tutti gli
effetti mascherati da collaboratori. I percorsi di
stabilizzazione che erano stati aperti dal Governo Prodi
sono stati bruscamente interrotti dal Governo
Berlusconi.
Nel pubblico è impossibile
anche far ricorso
Così i precari sono stati lasciati a casa. E nel
pubblico, a differenza che nel privato, non hanno
nemmeno potuto far valere i ricorsi contro questi veri e
propri licenziamenti mascherati, per il reintegro nel
posto di lavoro, perché su tutto, alla fine, davanti al
giudice, prevale il principio che nella pubblica
amministrazione si entra per concorso. Ma i concorsi non
ci sono, e quando ci sono - come abbiamo visto - sono
truccati.
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